VISIONI SUL PAESAGGIO
Dai seminari di Firenze con Bellmunt e Castel Branco spunti di riflessioni sul ruolo del paesaggista, sulle sue competenze e sul modo di affrontare le sfide progettuali

Capacità di operare un cambiamento attraverso la comprensione e l'interpretazione dei luoghi, ma anche responsabilità di compiere delle scelte che rispondano alle esigenze delle persone rispettando l'essenza e la dinamica del paesaggio, restituendo dignità e vivibilità ai luoghi, progettando con la natura in un’armonia di arte, scienza e tecnica. Su questo tema sembrano convergere le riflessioni offerte dagli interventi di Jordi Bellmunt, Agata Buscemi e Cristina Castel-Branco che si sono avvicendati nel breve ciclo di seminari promosso a Firenze dal Dottorato in Progettazione Paesistica, dal Master in Paesaggistica e dal Corso di Laurea Magistrale in Architettura del Paesaggio per approfondire non solo le tematiche della progettazione del paesaggio, ma soprattutto dell’approccio e del ruolo del paesaggista.

Attraverso l’esposizione di progetti e realizzazioni, quasi un excursus tra i tanti possibili casi di studio dei quali un paesaggista potrebbe occuparsi, emergono chiari i punti di forza di una progettazione sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale ed economico, capace di farsi carico dell’interpretazione dei luoghi con competenza e sensibilità, capace di proporre interventi di trasformazione e di comunicare adeguatamente il progetto e le scelte che vi stanno alla base.

Jordi Bellmunt durante il Seminario di Firenze

Spesso, sostiene Jordi Bellmunt, quando si trova un paesaggio con molte qualità, che presenta una propria identità, si tende a non voler intervenire, ma il compito del paesaggista è operare delle trasformazioni che siano in armonia con la storia e con il contesto, in modo che appiano quasi come se fossero sempre state lì, lavorando spesso in maniera minimale perché, come ha sottolineato Biagio Guccione, direttore del Master in Paesaggistica di Firenze, nel suo intervento di chiusura, il più delle volte la soluzione migliore è anche la più semplice. Bellmunt infatti sostiene che bisogna operare con le cose piccole cose, con la semplicità che si basa sulle misure, sui volumi, sui colori, sugli effetti di luce ed ombra, sui contrasti che riescono a darci sempre nuove sorprese, facendo sì che ogni problema da risolvere, ogni soluzione da ideare, ogni dettaglio da studiare siano uno spunto di riflessione per la visione globale del progetto.

Bellmunt-Platja Llarga-Cap De Salou

È partendo da questo stesso principio che Agata Buscemi descrive le scelte strategiche fatte per la riqualificazione di numerose aree della Sicilia, riferendosi anche al concetto di Agopuntura Urbana quale metodo di intervento capace di fare leva sui piccoli spazi della città per promuovere una rivitalizzazione e un contrasto del degrado, che possa innescare una reazione a catena di effetti positivi. Le scelte progettuali di un paesaggista sono quindi lontane da soluzioni formali o funzionali, ma sono legate alle dinamiche del paesaggio e devono essere veicolate attraverso la sensibilità del progettista di comprendere ed interpretare i luoghi. Ecco perché l’attenzione viene posta più volte sulla necessità di restituire dignità e vivibilità ai luoghi, cercando di capire come la società moderna necessita di vivere determinati spazi, spesso storici e concepiti per una fruizione totalmente diversa, cercando quindi di rispondere contemporaneamente alle esigenze delle persone, a quelle della memoria e a quelle del contesto paesaggistico.

Agata Buscemi durante il Seminario di Firenze

Buscemi-Radicepura-Sicilia

Perfettamente in linea con queste idee si apre il contributo di Cristina Castel Branco che propone alla platea il quesito da lei posto durante l’ultima Biennale del Paesaggio di Barcellona, ovvero “la professione del paesaggista è utile o superflua?”. La domanda, che potrebbe apparire retorica, in realtà sottende una riflessione seria e profonda sul ruolo e sulla professionalità dell’architetto del paesaggio nella società contemporanea, che non solo è spesso sconosciuta ai più, ma che difficilmente riesce a mettere in gioco la sua competenza multidisciplinare. Citando il Premio Nobel Roger Sperry, sostenitore della natura duale della mente umana formata da una componente più artistica e una più scientifica, Cristina Castel Branco afferma che il paesaggista deve essere in grado di utilizzarle entrambe per progettare nuovi paesaggi, poiché il suo lavoro produce risultati lenti che sono il frutto della fusione di diversi ambiti conoscitivi, che vanno dalla botanica all’arte, dalla geologia alle scienze sociali, progettando con la natura, gli ecosistemi e il clima per le persone.

Cristina Castel-Branco durante il Seminario di Firenze

Castel Branco-Landscape Architecture Project

Ecco quindi che torna con forza l’esigenza di comunicare il progetto, di far comprendere le scelte operate e di condividere una visione per il futuro, solo in questo modo, sostengono, ognuno a suo modo, i relatori ospitati, sarà possibile realizzare una vera partecipazione e permettere il riconoscimento sociale del ruolo professionale del paesaggista!

Foto del Seminario di Silvia Lanfranchi e Francesca Calamita



19.GIU.2013      Autore: Francesca Calamita
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